Il Referendum sulla giustizia

Il Referendum sulla giustizia

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Di fronte a una riforma che promette equità ma consegna le chiavi della giustizia al potere politico, la risposta non può che essere una sola. Ecco perché la separazione delle carriere e il sorteggio del CSM sono trappole per i cittadini. Siamo chiamati alle urne per esprimerci su una riforma costituzionale che, dietro slogan accattivanti come giustizia giusta e parità delle armi, nasconde un attacco frontale all’autonomia della magistratura. Non è una questione tecnica per addetti ai lavori: è una scelta che tocca la libertà di ogni cittadino.

L’inganno della separazione delle carriere

Il cuore della riforma è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Oggi, il PM è un organo di giustizia: ha l’obbligo di cercare anche le prove a favore dell’indagato e risponde alla stessa cultura della legalità del giudice. Se la riforma passasse, il PM diventerebbe un “avvocato dell’accusa”, spinto da una logica di agonismo e di “vittoria” processuale.

Come ricorda Nicola Gratteri, l’interscambio tra le funzioni è un arricchimento: un PM che ha fatto il giudice sa cos’è una prova e non insegue teoremi. Separarli significa creare una “corporazione di accusatori” che, fatalmente, finirà sotto il controllo del governo.

Il sorteggio: la resa della ragione

La riforma introduce il sorteggio per i membri del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Si dice serva a sconfiggere le “correnti”, ma l’effetto sarà la delegittimazione dell’organo. Come sottolinea Gustavo Zagrebelsky, l’estrazione a sorte è una “triste rinuncia alla ragione“: si affida al caso la scelta di chi deve governare un ordine delicatissimo, trattando magistrati esperti come pedine fungibili. Un CSM estratto a sorte sarà un organo debole, incapace di fare da argine contro le invasioni di campo della politica.

Gli argini del potere

La magistratura non è un contropotere, ma un argine. In un Paese con alti tassi di corruzione, la politica tende per natura a tracimare. Indebolire l’indipendenza dei magistrati significa abbassare quegli argini, garantendo impunità ai potenti e lasciando i cittadini comuni senza protezione. La riforma non tocca i veri mali della giustizia — i tempi infiniti, la carenza di organico, la complessità delle leggi — ma si concentra solo su come limitare i controlli sui “piani alti”.

Una giustizia per i forti?

Se la legge deve essere uguale per tutti, non possiamo accettare una riforma che punta a una “giustizia diversa per chi può permettersela”. Il rischio, è di perdere i migliori giovani che sognano la magistratura come vocazione di giustizia, scoraggiati da un sistema che vuole trasformare i magistrati in funzionari ossequenti al potere. Votare NO non significa difendere una casta, ma difendere la Costituzione e l’equilibrio tra i poteri. Significa pretendere che il “fiume” della politica continui a scorrere entro i limiti della legalità, senza travolgere i diritti di tutti.

La redazione di Ancora In Marcia


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