Non è Trenitalia

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Se il trasporto ferroviario è un servizio essenziale a tempo

Nel 2020, con qualche sporadica eccezione, è passato totalmente inosservato, tanto ai media quanto alla politica il lavoro del personale ferroviario che ha continuato a garantire, con tutti i rischi che questo ha comportato, un servizio che il nostro Stato reputa essenziale al pari delle forze dell’ordine e del personale medico. Continuare a lavorare ha significato, per molti di noi, rinunciare a vedere i propri affetti e scegliere, quando possibile, di stare isolati per ridurre a zero la possibilità di contagiare i parenti più prossimi. Ciononostante, è stato fatto con la massima responsabilità e professionalità possibile perché il nostro lavoro richiede un’etica professionale solida, che sappia guardare alla necessità collettiva prima che all’opportunità individuale. La situazione ha comportato un ulteriore forte impatto su un altro aspetto, fondamentale nella vita di tutti: il reddito. Chiunque lavori nell’ambito ferroviario sa che il reddito del personale viaggiante si compone in massima parte di competenze che si maturano solo lavorando a bordo treno. A questo si aggiunga che lo strumento utilizzato dalla seconda compagnia italiana di trasporto viaggiatori, ovvero la cassa integrazione, presenta un tetto di erogazione ben al di sotto della parte fissa stipendiale. In questi mesi, ciascuno si è trovato di fronte alla necessità di congelare mutui o prestiti, e di cambiare radicalmente le proprie abitudini consolidate negli anni per adattarsi alla nuova condizione economica. Nonostante le dichiarazioni rilasciate dalla parte dirigenziale, nulla è stato fatto per integrare il reddito e anzi, è stato dilazionato il pagamento di quanto pattuito per gli ottimi risultati raggiunti nel 2019 (per i quali erano stati distribuiti dividendi in autunno dello stesso anno) per non togliere “liquidità” all’azienda. Un’azienda che ha smesso sì di guadagnare, ma ha altresì ridotto all’osso le spese, intascando aiuti economici proprio in virtù della sua strategicità nell’economia del Paese. Adesso, con la flessione della domanda, assistiamo a una nuova radicale diminuzione da parte dell’offerta per il trasporto passeggeri, unita a una legittima crescita del prezzo dei biglietti. A questo punto però ci si chiede dove sia finita l’essenzialità del servizio. È diritto di qualsiasi azienda ridurre al minimo le perdite e massimizzare i guadagni, ma è giusto che questa politica venga pagata dai lavoratori? La strategia di ridurre i servizi tenendo in cassa integrazione il personale viaggiante produrrà senz’altro effetti positivi sul bilancio del 2021 (auspicando una ripresa in estate a pieno regime) ma sta strozzando i lavoratori che stanno perdendo, oltre a una parte sostanziale del reddito mensile, anche entrate future costituite dalla mancanza di ratei di 13ma e 14ma e di maturazione delle ferie. Le organizzazioni sindacali impegnate ai tavoli hanno intascato solo un deciso no a qualsiasi forma di integrazione al reddito, pur firmando per 12 settimane di cigo. Nell’inverno 2021 a nessuno sembra più essenziale garantire un servizio che risponda alla reale domanda della clientela, quando questo impatta i margini di guadagno.

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